Investimenti – Studio Rocchi Ghilardi Nuti http://www.advisory.it Consulenza d'investimento indipendente Fri, 18 May 2018 14:38:06 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.8 Confronto tra Borsa italiana e Borsa Usa http://www.advisory.it/blog/investimenti/confronto-tra-borsa-italiana-e-borsa-usa http://www.advisory.it/blog/investimenti/confronto-tra-borsa-italiana-e-borsa-usa#respond Tue, 18 Jul 2017 14:47:40 +0000 http://www.advisory.it?p=15728 Confronto tra Borsa italiana e Borsa Usa   Il confronto tra la Borsa italiana e la Borsa Usa è il passo più logico da fare dopo avere osservato l’andamento della Borsa italiana nel lungo termine. Abbiamo lasciato il post precedente...

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Confronto tra Borsa italiana e Borsa Usa

 

Il confronto tra la Borsa italiana e la Borsa Usa è il passo più logico da fare dopo avere osservato l’andamento della Borsa italiana nel lungo termine.
Abbiamo lasciato il post precedente con alcune considerazioni:

  • la nostra Borsa (dividendi inclusi) ha avuto un’ottima performance nominale: +9,0% annuo dal 1973 a oggi
  • la performance reale è stata invece deludente: +2,5% medio annuo. Deludente perché il dato è tra i più bassi nel confronto con la media delle borse mondiali, e perché le discese si sono succedute con notevole frequenza, a fronte di lunghi periodi necessari per il recupero dei valori precedenti
  • tutto sommato non ne sarebbe valsa la pena, perché si poteva ottenere una performance analoga investendo in Bot, senza esporsi minimamente a rischi e oscillazioni di alcun tipo (eccetto il default del Paese).

 

Non ci stupiamo allora di incontrare persone con un’educazione finanziaria molto scarsa, perché semplicemente non abituate a investire: e che vedono la Borsa come una bisca -perché a questo si è avvicinato il nostro mercato per buona parte dell’ultimo mezzo secolo. Ma il mondo è cambiato e continua a modificarsi sotto i nostri occhi. L’approccio che è stato valido per decenni, ora non lo è più: i Bot rendono zero (anzi, meno di zero: acquistandoli, si è sicuri di perdere), i Titoli di Stato a scadenza più lunga espongono a rischi di altro tipo, e le azioni -come sempre accade- lasciano perplessi per l’esperienza storica appena vista.

Per fortuna però l’Italia è solo una delle mille opzioni che i mercati ci presentano: se la storia della nostra Borsa è stata deludente, com’è andata invece a chi abbia investito in altri mercati?

 

La Borsa Usa

La Borsa americana è il termine di confronto naturale per ogni investimento. Ha dati storici che risalgono molto indietro nel tempo, con precisione e dettaglio. Ed è il mercato più grande al mondo, e questo fatto offre maggiore concretezza e possibilità di generalizzazione alle analisi che su di esso vengono effettuate. Stiamo parlando di un confronto, però: non di trovare un’indicazione sulle aspettative per il futuro. Se l’obiettivo fosse questo, infatti, dovremmo agire diversamente. Perché? Semplicemente, perché gli Usa sono non solo la Borsa, ma il Paese, che ha “vinto” nel XX secolo. E questo lo sappiamo adesso, che siamo nel 2017. Se fossimo stati nel 1917, per fare un esempio, avremmo guardato alla storia delle Borse inglese, austriaca e tedesca: e dalle nostre osservazioni avremmo tratto indicazioni per investire in un modo che avrebbe coinvolto gli Stati Uniti in misura solo marginale. E’ quello che tecnicamente viene definito come hindsight bias, ma possiamo agevolmente tradurre con “senno di poi“: ma questa è un’altra storia, e ne parleremo in un’altra occasione.

 

Il confronto

Punto di partenza rimane il 1973 (anno in cui partono gli indici Comit, i più adatti per questo tipo di analisi sul mercato italiano).
Oggetto del confronto, due indici differenti:

  • l’andamento nominale (comprensivo dei dividendi) delle due Borse: in sostanza osserviamo, se avessimo investito 1.000 all’inizio del 1973, con quanti euro o dollari ci troveremmo oggi
  • la performance reale dei due mercati: ovvero, dedotta l’inflazione (che nei 44 anni considerati è stata molto alta, pensate solo a quanto costavano le cose -o le case- qualche decennio fa rispetto a oggi), di quanto è aumentato il potere d’acquisto.

Gli indici in questione sono l’indice Comit Performance (nella versione nominale e reale) per l’Italia; e l’indice S&P Composite TR (anch’esso nominale e reale).

Tenete presente un aspetto importante. Anche se quasi nessuno -quando investe- ha realmente voglia di impegnarsi per il lungo termine, 44 anni rappresentano per molti di noi un tempo molto vicino alla vera prospettiva d’investimento. Da quando si inizia a lavorare e si deve ancora fare esperienza, a quando si va in pensione e spesso si tende a ridurre la rischiosità delle proprie posizioni, questo è grossomodo il tempo per cui si rimane investiti. Attraversando diverse fasi familiari e lavorative, e vivendo periodi storici molto differenti, in positivo e in negativo.

Ora, guardate il video.

 

 

Considerazioni

Le due linee che vanno più in alto sono ovviamente quelle che esprimono le performance nominali: le due più in basso, i rendimenti reali.

Da un punto di vista nominale, la performance è stata pressochè identica: 9,0% per entrambi i mercati. Molto diversa invece la performance reale: il 2,5% annuo della nostra Borsa si confronta con il 4,8% della Borsa Usa. So che a molti lettori, poco avvezzi alle percentuali e ai rendimenti composti, la differenza sembra minima: ma considerate che in un periodo lungo come quello che stiamo osservando, questa si traduce nel trovarsi con un patrimonio reale che si è moltiplicato per 8 volte (Borsa Usa) anziché per 3 (Borsa italiana).

Un mercato ricco di aziende appartenenti ai più svariati settori, come quello americano, espone oltretutto ad oscillazioni più contenute rispetto a quelle che sono evidenti dal grafico della nostra Borsa. Per non parlare del fatto che considerare l’andamento valutario (del dollaro rispetto alla Lira prima, all’Euro poi), farebbe pendere la bilancia ancor più dalla parte Usa.

In sostanza: se investire nelle azioni italiane avrebbe portato a risultati anche redditizi, ma difficili da sostenere per via della forte variabilità e molto mal distribuiti nel tempo, teniamo presente che l’Italia non è il miglior esempio da guardare. Investire negli Usa, come abbiamo appena visto, avrebbe portato a risultati molto positivi e caratterizzati da minore volatilità.

Ma allora, se non sappiamo chi “vincerà” la gara delle performance nei prossimi decenni, come fare a scegliere? La risposta, che approfondiremo in un prossimo post, è semplice quanto efficace: diversificare.

 

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Azioni o Titoli di Stato?

 

La domanda se sia stato meglio investire in azioni o in Titoli di Stato è vecchia come il mondo -o quasi.

La risposta dipende da molti fattori. Da quando far partire il confronto? Che mercati considerare? Guardare all’indice di Borsa semplice o quello Total Return? Come calcolare il rendimento dei Titoli di Stato, visto che all’inizio degli anni ’70 le emissioni non erano frequenti come oggi? Utilizzare indici netti o lordi? E altre ancora.

 

Le variabili

In questo post -primo di una serie sull’argomento-  scegliamo di restare in Italia, per una serie di ragioni. Per prima cosa, negli anni ’70 pensare ad una diversificazione geografica dei propri investimenti era utopia: per cui la scelta domestica era un obbligo, più che una decisione consapevole. Solo nel 1991 infatti le SIM iniziarono a sostituire gli agenti di cambio, gli scambi vennero via via centralizzati e regolati in modo telematico, e il mercato finanziario iniziò il percorso di avvicinamento a quelli che oggi sono gli standard internazionali. Prima di allora, la scelta era tra comprare qualche blue chip e tenere i titoli nel cassetto, oppure comprare Bot e non avere preoccupazioni.

Sulla data da cui far partire il confronto, ogni intervento soggettivo rischia di falsare il risultato finale: quindi scegliamo di iniziare da quando sono disponibili gli indici Comit relativi al mercato azionario italiano, ovvero dal 1973. Tra i vari indici disponibili, utilizziamo quello Total Return (il vero nome è Comit Performance), che comprende i dividendi distribuiti in questi 44 anni. In un arco temporale così lungo -infatti- prescindere dai dividendi è logicamente sbagliato. Che un investitore se li sia spesi anziché reinvestirli probabilmente più si avvicina alla realtà: ma l’obiettivo è misurare la convenienza di una scelta rispetto a un’altra, a prescindere da come ciascuno poi decida di implementarla nella pratica.

Per i Titoli di Stato abbiamo scelto i Bot, utilizzando i dati della Banca d’Italia. Per semplicità, e consapevoli che l’utilizzo di CCT o BTp avrebbe aumentato il rendimento complessivo.

Per entrambe le serie storiche abbiamo utilizzato rendimenti lordi: che distorcono le percentuali finali a cui si giunge -sovrastimandole- ma applicano questa distorsione in modo equo a entrambe le variabili. E come detto, semplificano di molto un lavoro che vuole essere di inquadramento storico, non di minuziosità contabile.

Per non complicare le cose, abbiamo usato i rendimenti nominali e non quelli reali, cioè depurati dall’inflazione. Questi ultimi sarebbero più logici e utili da usare, ma introducono un livello di difficoltà in più che non tutti sono in grado di affrontare con cognizione di causa. In ogni caso, l’andamento dell’indice azionario deflazionato lo potete trovare nel post in cui parliamo di quanto ha reso la Borsa italiana.

 

I risultati

I risultati li vedete in questo video: guardatelo, perché osservare la dinamica che porta alla formazione del risultato complessivo è utile, almeno tanto quanto il risultato stesso. Ricordate infatti che fissando un’immagine si sa già come va a finire: mentre guardando un video che scorre, si “simula” il percorso seguito nel tempo da chi non sapeva cosa sarebbe accaduto il mese successivo.

 

 

La peculiarità dell’Italia

Sì, l’Italia è un caso a parte -come spesso accade. Avrete sentito raccontare mille volte che -nel lungo termine- le azioni rendono di più delle obbligazioni, e che sopportare il rischio connesso alle frequenti, prolungate e profonde oscillazioni dei mercati azionari, ripaghi nel tempo con gli interessi nella forma di un rendimento significativamente superiore rispetto ad alternative più tranquille.

Anche nel nostro Paese -dal 1973 a oggi- è stato così. Le azioni hanno reso annualmente circa il 9%, i Bot circa l’8%. Ma che fatica…

Sei volte infatti (dal 1975 al 1978, 1981, 1987, 1992, 2003 e gli anni dal 2009 al 2013) l’investimento in Borsa è arrivato a perdere il 40% e più rispetto al massimo raggiunto in precedenza: a fronte di Bot che hanno esposto a oscillazioni minime, anche nei momenti di forti variazioni nei tassi o di dubbi sulla solvibilità del Paese, grazie a una scadenza sempre ravvicinata (max un anno).

 

Considerazioni

Da quanto visto, possiamo dedurre che in futuro la Borsa andrà meglio dei Titoli di Stato, o pensare il contrario? Ovviamente no. Però trova un po’ di giustificazione quella scarsa “cultura finanziaria” che da ogni parte si addebita all’investitore italiano: d’altronde, con la possibilità di prestare il denaro allo Stato e guadagnare bene e senza rischi, perché affannarsi a cercare altro? Solo che da un po’ di anni le cose sono cambiate, e bisogna fare di necessità virtù: ovvero, imparare a navigare il mare magnum dei mercati finanziari. Perché oggi senza rischio non si guadagna, e anche rischiando, il guadagno non è per nulla garantito.

Per questo, dal prossimo post usciremo dal cortile domestico e vedremo da vicino cosa è successo -in questo stesso periodo- nel mondo…

 

 

 

 

 

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Quanto ha reso la Borsa italiana nel lungo termine

 

La sensazione che abbiamo parlando con le persone è che ben pochi abbiano un’idea chiara di quali siano i rendimenti storici delle diverse asset class; e questo vale anche quando l’argomento è qualcosa di familiare come la Borsa italiana.
Vediamo di fare un po’ di chiarezza, sia sui numeri sia su cosa si intende per rendimento.

 

Diverse tipologie di rendimento

Senza entrare in dettagli troppo tecnici, parlando di rendimento si intende normalmente la misurazione della performance di un investimento. Questa performance può essere:

  • Lorda: non considera alcun tipo di costo
  • Netta: tiene conto delle tasse pagate ad ogni vendita o all’incasso di cedole/dividendi, e -se specificato- anche dei costi di negoziazione
  • Total Return: considera le cedole/dividendi come se venissero reinvestiti il giorno stesso della distribuzione, e li accumula nel risultato totale
  • Reale: depura il risultato complessivo dall’inflazione.

 

Come sempre succede, non c’è un modo giusto e tanti sbagliati di analizzare le performance: dipende da che cosa si vuole misurare. Se facciamo un confronto con un altro investimento, valuteremo come è misurata la performance di quest’ultimo. Se vogliamo sapere se abbiamo guadagnato in potere d’acquisto, il rendimento reale è sicuramente preferibile. Se confrontiamo due azioni nel medio/lungo termine, la performance total return è quello di cui abbiamo bisogno: insomma, ogni caso richiede uno strumento diverso per la misurazione di ciò che ci interessa.

 

Indici di Borsa

Per quanto riguarda la Borsa italiana, gli indici di riferimento per il lungo termine sono gli indici Comit: risalgono infatti fino al 1973 e consentono confronti e valutazioni che gli indici oggi più utilizzati non consentono, proprio perché di nascita più recente e di conseguenza con minore track record storico.

Tra le varie tipologie di indici Comit, quelli che ci sembrano più interessanti sono i tre che seguono:

  • Comit Globale: indice della Borsa italiana
  • Comit Performance: indice della Borsa italiana comprensivo dei dividendi distribuiti (lordi)
  • Comit Performance reale: come sopra, ma depurato dell’andamento dell’inflazione (indice calcolato da noi, non è tra quelli prodotti da Intesa Sanpaolo -che gestisce gli indici Comit).

 

Nei grafici che seguono li troverete tutti e tre, proprio per visualizzare con chiarezza quanta differenza sia determinata dai dividendi e quale sia invece l’impatto della perdita di potere d’acquisto causata dall’inflazione.

 

I risultati

Queste le performance annualizzate dal gennaio 1973 a maggio 2017:

  • Comit Globale: 5,7%
  • Comit Performance: 9,0%
  • Comit Performance reale: 2,5%

 

Performance che vedete nel grafico qui sotto, ma vi consiglio di visualizzare nel video di un minuto che segue subito dopo.
Il grafico vi dà infatti tutte le informazioni simultaneamente, facendovi perdere l’importanza di come i valori si sono mossi e composti negli anni: il video invece -mostrando l’evoluzione dei prezzi nel tempo- rende di più l’idea dell’aleatorietà dei movimenti di breve termine.

Per contestualizzare: nel 1973 viene inaugurato il World Trade Center, la Grecia diventa una Repubblica, scoppia la guerra del Kippur che porta all’impennata del prezzo del petrolio. In Italia l’inflazione è a due cifre e siamo in mezzo agli anni di piombo. Da allora sono passati 44 anni, e il mondo è cambiato più volte…

 

Quanto ha reso la Borsa italiana

 

Qui sotto, il video (guardatelo!):

 

 

La performance è positiva da tutti e tre i punti di vista, anche se l’indicatore secondo me migliore è il risultato in termini reali, ovvero quello che tiene conto dell’inflazione. E nello specifico si vede come il 9,0% nominale si traduca in un più modesto +2,5% annuo una volta considerata la perdita di potere d’acquisto. Il vero problema è la deludente performance degli ultimi 20 anni, che inevitabilmente porta l’attenzione sulla necessità di diversificare sia per aree geografiche sia per asset class: come abbiamo visto parlando di asset allocation. Per non parlare del fatto che per 4 volte in questi decenni la perdita avrebbe superato il 50%: avreste tenuto duro senza vendere? (Secondo me, no. E infatti -a parte la totale mancanza di di versificazione di questo che è solo un esempio- la soluzione risiede nell’asset allocation adattiva).
Un altro aspetto di fondamentale importanza è quello dei costi: infatti i rendimenti annui di cui stiamo parlando si riferiscono a indici -che per definizione non considerano alcuna commissione. Mentre abbiamo già visto che investire in fondi comuni penalizza in modo drammatico la performance dell’indice sottostante.

Ultima considerazione: e se avessimo preferito dormire sonni tranquilli, anziché affrontare i saliscendi dei mercati? Qui trovate la risposta se sia stato meglio investire nella Borsa italiana o nei cari vecchi Bot.

 

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Quanto costano i fondi comuni

 

Sgombriamo il campo dai dubbi: i fondi comuni costano tanto, tantissimo. Per di più, i costi elevati non corrispondono a performance migliori, anzi: in media, i fondi con i costi più alti sono quelli che ottengono le peggiori performance.

Quali sono allora le motivazioni razionali che ci possono indurre ad acquistare dei fondi? In sintesi, nessuna.
Perché? Semplicemente, perché per ogni settore, borsa, area geografica o asset class esiste un ETF che costa molto meno dei fondi comuni, e proprio grazie a questo minor aggravio di costi la performance dei vostri investimenti nel tempo sarà superiore.
La ragione per cui i fondi comuni rimangono dominanti nel panorama finanziario è duplice:

  • da un lato la remunerazione dei promotori, bancari e private banker con cui l’investitore si relaziona dipende dai prodotti che costoro vendono ai clienti. A prodotto costoso corrisponde ovviamente maggior guadagno, a prodotto economico guadagno basso
  • la seconda ragione del proliferare di fondi comuni nei portafogli è l’utilizzo delle percentuali per indicarne i costi. Provate a pensarci: l’indicazione che un prodotto costi il 3% annuo è molto diversa rispetto alla quantificazione della spesa reale in euro (ad esempio, 3.000 euro per un capitale di 100 mila: per di più, spesa che si protrae negli anni)

 

Il TER

Il calcolo dei costi dei fondi viene fatto comunemente partendo dal TER (Total Expense Ratio): ovvero dalla % che indica i costi relativi al fondo in questione. Costi di cui l’investitore non si accorge, perché anziché venire conteggiati a parte sul conto corrente, vengono prelevati direttamente dal valore dell’investimento: e così il loro ammontare si annacqua nella performance complessiva. Il TER tuttavia non comprende tutte le commissioni a carico del fondo, e già questo rende fuorviante il risultato dell’analisi: se poi consideriamo la scarsa familiarità media con le percentuali, il quadro è completo.
Come fare, allora?

 

Un esempio pratico

Per prima cosa, analizziamo non un fondo singolo ma una categoria di fondi. E il modo migliore per farlo è utilizzare le serie storiche ufficiali più lunghe che ci siano a disposizione, ovvero gli indici Fideuram. Dagli anni ’80 gli indici Fideuram raggruppano i fondi comuni italiani in categorie omogenee (azionari, obbligazionari…) e sottocategorie (azionari italiani, azionari emergenti…), calcolando quotidianamente la performance media di ciascuna di esse. Numeri reali dunque, non stimati o congetturati.
Se consideriamo, per esempio, la categoria Azionari Internazionali, abbiamo a partire del 1999 l’andamento reale quotidiano dei fondi appartenenti a questa categoria.

Una volta che abbiamo scelto la categoria di fondi da osservare, la domanda successiva è: con cosa la confrontiamo?
La risposta è più semplice di quel che sembra. Esistono infatti numerosi indici, indicati normalmente con il termine benchmark, che servono proprio a fornire un termine di confronto per l’andamento di un fondo (o di una categoria di fondi, nel nostro caso).
Per il nostro confronto con l’indice Fideuram dei fondi azionari internazionali, usiamo chiaramente un indice adeguato e coerente: il suo nome è MSCI World.

 

Il confronto

A questo punto abbiamo tutto quello che ci serve: l’andamento storico di una categoria di fondi comuni, e l’andamento di un indice che rappresenta il riferimento idoneo per questa categoria di fondi. La differenza di andamento tra i due ha un solo imputato: le commissioni (in realtà ci sono anche le tasse, ma il loro impatto è molto inferiore). L’indice infatti delinea l’andamento di un mercato senza “attriti”: i fondi risentono invece dei numerosi costi che li affliggono.
Il risultato è da mettersi le mani nei capelli.

Confronto tra indice Fideuram e benchmark

Guardiamolo assieme.
Immaginiamo di essere nel 1999 e di avere 100mila euro da investire in azioni: per esempio, un figlio appena nato per il quale si voglia mettere via un capitale in vista del compimento dei 18 anni. Incerti su cosa scegliere, compriamo dei fondi azionari internazionali, diversificando tra gestori per correre meno rischi.
Ora facciamo un salto veloce fino ad oggi, 18 anni dopo: cosa è successo?
E’ successo che il nostro investimento (la linea nera del grafico qui sopra) è cresciuto fino a valere 150mila euro. Un buon risultato?
Per nulla: un risultato pessimo. Perché senza i costi di cui i fondi sono carichi, il capitale che ci saremmo ritrovati oggi sarebbe stato di 243mila euro (pari alla performance dell’indice di riferimento, per definizione senza costi).

In 18 anni se n’è andato in costi e commissioni una cifra quasi pari al nostro capitale di partenza.

 

L’alternativa

L’alternativa esiste, come abbiamo visto, e si chiama ETF.
Prendiamo il grafico di prima, e aggiungiamo una linea (rossa) che rappresenti la performance di un ETF che replichi l’andamento dell’indice MSCI World. Visto che i primi ETF di questo tipo compaiono nel 2007, lo facciamo partire dallo stesso valore del benchmark in quel momento.
Risultato? Eccolo:

Indici Fideuram benchmark e ETF

La prossima volta che vedrete il vostro promotore/privare banker sorridervi felice, almeno saprete perché.

 

 

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Asset Allocation: costruire un portafoglio d’investimento http://www.advisory.it/blog/investimenti/asset-allocation-costruire-portafoglio http://www.advisory.it/blog/investimenti/asset-allocation-costruire-portafoglio#respond Fri, 02 Jun 2017 10:39:44 +0000 http://www.advisory.it?p=15536 Asset allocation L’Asset Allocation è il processo attraverso il quale si realizza una strategia d’investimento, e l’implementazione pratica delle scelte effettuate. L’obiettivo è  quello di individuare il miglior mix tra rischio e rendimento, risultato che si ottiene modificando la percentuale...

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Asset allocation

L’Asset Allocation è il processo attraverso il quale si realizza una strategia d’investimento, e l’implementazione pratica delle scelte effettuate. L’obiettivo è  quello di individuare il miglior mix tra rischio e rendimento, risultato che si ottiene modificando la percentuale di ciascuna componente del portafoglio in funzione della tolleranza al rischio dell’investitore, degli obiettivi di  rendimento  e dell’orizzonte temporale.

Le varie componenti del portafoglio si raggruppano per tipologie omogenee e vanno a formare quelle che si chiamano asset class (azioni, obbligazioni, liquidità, immobili, oro, commodities): ciascuna asset class è caratterizzata da un diverso profilo di rischio/rendimento e da una specifica relazione storica con le altre asset class, di cui si tiene conto in fase di costruzione del portafoglio.

I principali step che vengono seguiti sono:

  • Ipotesi di base (input assumptions)
  • Frontiera efficiente
  • Implementazione del portafoglio
  • Periodicità degli aggiustamenti (ribilanciamento)

 

Ipotesi di base

Si tratta di definire i valori di partenza che riguardano rendimento, rischio e covarianza (relazione tra i rendimenti delle diverse variabili). E’ una fase che viene normalmente presentata come parte di un processo esatto, ma la realtà è più sfumata. E’ vero che c’è della matematica coinvolta, ed è questa che tende ad avvolgere i passaggi in un alone di scientificità: ma la realtà è che ci sono diverse modalità di considerare le variabili di partenza, fra le altre:

  • stimare rendimento, rischio e covarianza storiche, e assumere che la storia si ripeta
  • stimare i rendimenti attesi sulla base del risk premium (i Building Blocks di Ibbotson)
  • utilizzare il modello di Black-Litterman (che cerca di superare i due principali difetti della frontiera efficiente, ovvero scarsa diversificazione e eccessiva sensitività a minime variazioni degli input di partenza)

 

Frontiera efficiente

Per frontiera efficiente si intende l’insieme di portafogli caratterizzati dalla minima varianza (volatilità) per un dato livello di rendimento atteso. Se prendiamo come base di partenza gli ultimi 20 anni, consideriamo varie asset class (azioni Usa, azioni non Usa, Titoli di Stato, Oro, Immobiliare…) e facciamo i calcoli, otteniamo un quadro d’insieme di quello che è successo ad ogni variabile e la relazione che lega i movimenti di ciascuna di esse a tutte le altre:

 

rendimento rischio e correlazione di diverse asset classrischio/rendimento

Può sembrare scientifico -e lo è- ma non vuol dire che sia utile: questo ragionamento assume infatti che i rendimenti futuri saranno vicini a quelli storici (grossi dubbi, soprattutto nel breve/medio termine) e che le correlazioni siano stabili (idem), e trascura il fatto che la volatilità tende ad avere un andamento ciclico e per la parte obbligazionaria i rendimenti attuali siano più utili ai nostri fini di quelli storici. Ma facciamo finta di non avere fatto queste osservazioni -come fa mezzo mondo finanziario…- e costruiamo la frontiera efficiente:

Frontiera efficiente

A seconda del livello di rischio desiderato, si deduce facilmente la percentuale da assegnare ad ogni asset class.

 

Per l’implementazione del portafoglio ha senso utilizzare solo ETF e non risparmio gestito, come vedremo in un altro momento.

In merito al ribilanciamento, nel momento in cui ci si fermi a questo livello di analisi, si possono scegliere periodicità lente (trimestrale, semestrale o annuale), a differenza di quello che è opportuno fare nel caso di approcci diversi e maggiormente dinamici -come vedremo nel caso dell’asset allocation adattiva.

 

 

continua…

 

 

 

 

 

 

 

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