Confronto tra Borsa italiana e Borsa Usa - Studio Rocchi Ghilardi Nuti
L'andamento della Borsa italiana nel lungo termine è stato deludente: rendimento reale basso e molta volatilità. Vediamo com'è andata per la Borsa Usa.
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Confronto tra Borsa italiana e Borsa Usa

confronto borsa italiana e borsa Usa

Confronto tra Borsa italiana e Borsa Usa

Confronto tra Borsa italiana e Borsa Usa

 

Il confronto tra la Borsa italiana e la Borsa Usa è il passo più logico da fare dopo avere osservato l’andamento della Borsa italiana nel lungo termine.
Abbiamo lasciato il post precedente con alcune considerazioni:

  • la nostra Borsa (dividendi inclusi) ha avuto un’ottima performance nominale: +9,0% annuo dal 1973 a oggi
  • la performance reale è stata invece deludente: +2,5% medio annuo. Deludente perché il dato è tra i più bassi nel confronto con la media delle borse mondiali, e perché le discese si sono succedute con notevole frequenza, a fronte di lunghi periodi necessari per il recupero dei valori precedenti
  • tutto sommato non ne sarebbe valsa la pena, perché si poteva ottenere una performance analoga investendo in Bot, senza esporsi minimamente a rischi e oscillazioni di alcun tipo (eccetto il default del Paese).

 

Non ci stupiamo allora di incontrare persone con un’educazione finanziaria molto scarsa, perché semplicemente non abituate a investire: e che vedono la Borsa come una bisca -perché a questo si è avvicinato il nostro mercato per buona parte dell’ultimo mezzo secolo. Ma il mondo è cambiato e continua a modificarsi sotto i nostri occhi. L’approccio che è stato valido per decenni, ora non lo è più: i Bot rendono zero (anzi, meno di zero: acquistandoli, si è sicuri di perdere), i Titoli di Stato a scadenza più lunga espongono a rischi di altro tipo, e le azioni -come sempre accade- lasciano perplessi per l’esperienza storica appena vista.

Per fortuna però l’Italia è solo una delle mille opzioni che i mercati ci presentano: se la storia della nostra Borsa è stata deludente, com’è andata invece a chi abbia investito in altri mercati?

 

La Borsa Usa

La Borsa americana è il termine di confronto naturale per ogni investimento. Ha dati storici che risalgono molto indietro nel tempo, con precisione e dettaglio. Ed è il mercato più grande al mondo, e questo fatto offre maggiore concretezza e possibilità di generalizzazione alle analisi che su di esso vengono effettuate. Stiamo parlando di un confronto, però: non di trovare un’indicazione sulle aspettative per il futuro. Se l’obiettivo fosse questo, infatti, dovremmo agire diversamente. Perché? Semplicemente, perché gli Usa sono non solo la Borsa, ma il Paese, che ha “vinto” nel XX secolo. E questo lo sappiamo adesso, che siamo nel 2017. Se fossimo stati nel 1917, per fare un esempio, avremmo guardato alla storia delle Borse inglese, austriaca e tedesca: e dalle nostre osservazioni avremmo tratto indicazioni per investire in un modo che avrebbe coinvolto gli Stati Uniti in misura solo marginale. E’ quello che tecnicamente viene definito come hindsight bias, ma possiamo agevolmente tradurre con “senno di poi“: ma questa è un’altra storia, e ne parleremo in un’altra occasione.

 

Il confronto

Punto di partenza rimane il 1973 (anno in cui partono gli indici Comit, i più adatti per questo tipo di analisi sul mercato italiano).
Oggetto del confronto, due indici differenti:

  • l’andamento nominale (comprensivo dei dividendi) delle due Borse: in sostanza osserviamo, se avessimo investito 1.000 all’inizio del 1973, con quanti euro o dollari ci troveremmo oggi
  • la performance reale dei due mercati: ovvero, dedotta l’inflazione (che nei 44 anni considerati è stata molto alta, pensate solo a quanto costavano le cose -o le case- qualche decennio fa rispetto a oggi), di quanto è aumentato il potere d’acquisto.

Gli indici in questione sono l’indice Comit Performance (nella versione nominale e reale) per l’Italia; e l’indice S&P Composite TR (anch’esso nominale e reale).

Tenete presente un aspetto importante. Anche se quasi nessuno -quando investe- ha realmente voglia di impegnarsi per il lungo termine, 44 anni rappresentano per molti di noi un tempo molto vicino alla vera prospettiva d’investimento. Da quando si inizia a lavorare e si deve ancora fare esperienza, a quando si va in pensione e spesso si tende a ridurre la rischiosità delle proprie posizioni, questo è grossomodo il tempo per cui si rimane investiti. Attraversando diverse fasi familiari e lavorative, e vivendo periodi storici molto differenti, in positivo e in negativo.

Ora, guardate il video.

 

 

Considerazioni

Le due linee che vanno più in alto sono ovviamente quelle che esprimono le performance nominali: le due più in basso, i rendimenti reali.

Da un punto di vista nominale, la performance è stata pressochè identica: 9,0% per entrambi i mercati. Molto diversa invece la performance reale: il 2,5% annuo della nostra Borsa si confronta con il 4,8% della Borsa Usa. So che a molti lettori, poco avvezzi alle percentuali e ai rendimenti composti, la differenza sembra minima: ma considerate che in un periodo lungo come quello che stiamo osservando, questa si traduce nel trovarsi con un patrimonio reale che si è moltiplicato per 8 volte (Borsa Usa) anziché per 3 (Borsa italiana).

Un mercato ricco di aziende appartenenti ai più svariati settori, come quello americano, espone oltretutto ad oscillazioni più contenute rispetto a quelle che sono evidenti dal grafico della nostra Borsa. Per non parlare del fatto che considerare l’andamento valutario (del dollaro rispetto alla Lira prima, all’Euro poi), farebbe pendere la bilancia ancor più dalla parte Usa.

In sostanza: se investire nelle azioni italiane avrebbe portato a risultati anche redditizi, ma difficili da sostenere per via della forte variabilità e molto mal distribuiti nel tempo, teniamo presente che l’Italia non è il miglior esempio da guardare. Investire negli Usa, come abbiamo appena visto, avrebbe portato a risultati molto positivi e caratterizzati da minore volatilità.

Ma allora, se non sappiamo chi “vincerà” la gara delle performance nei prossimi decenni, come fare a scegliere? La risposta, che approfondiremo in un prossimo post, è semplice quanto efficace: diversificare.