Quanto ha reso la Borsa italiana nel lungo termine - Studio Rocchi Ghilardi Nuti
Il rendimento storico è un'informazione fondamentale: capire il passato della Borsa italiana è il modo migliore per formarsi aspettative corrette sul futuro.
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Quanto ha reso la Borsa italiana nel lungo termine

Quanto ha reso la Borsa italiana

Quanto ha reso la Borsa italiana nel lungo termine

Quanto ha reso la Borsa italiana nel lungo termine

 

La sensazione che abbiamo parlando con le persone è che ben pochi abbiano un’idea chiara di quali siano i rendimenti storici delle diverse asset class; e questo vale anche quando l’argomento è qualcosa di familiare come la Borsa italiana.
Vediamo di fare un po’ di chiarezza, sia sui numeri sia su cosa si intende per rendimento.

 

Diverse tipologie di rendimento

Senza entrare in dettagli troppo tecnici, parlando di rendimento si intende normalmente la misurazione della performance di un investimento. Questa performance può essere:

  • Lorda: non considera alcun tipo di costo
  • Netta: tiene conto delle tasse pagate ad ogni vendita o all’incasso di cedole/dividendi, e -se specificato- anche dei costi di negoziazione
  • Total Return: considera le cedole/dividendi come se venissero reinvestiti il giorno stesso della distribuzione, e li accumula nel risultato totale
  • Reale: depura il risultato complessivo dall’inflazione.

 

Come sempre succede, non c’è un modo giusto e tanti sbagliati di analizzare le performance: dipende da che cosa si vuole misurare. Se facciamo un confronto con un altro investimento, valuteremo come è misurata la performance di quest’ultimo. Se vogliamo sapere se abbiamo guadagnato in potere d’acquisto, il rendimento reale è sicuramente preferibile. Se confrontiamo due azioni nel medio/lungo termine, la performance total return è quello di cui abbiamo bisogno: insomma, ogni caso richiede uno strumento diverso per la misurazione di ciò che ci interessa.

 

Indici di Borsa

Per quanto riguarda la Borsa italiana, gli indici di riferimento per il lungo termine sono gli indici Comit: risalgono infatti fino al 1973 e consentono confronti e valutazioni che gli indici oggi più utilizzati non consentono, proprio perché di nascita più recente e di conseguenza con minore track record storico.

Tra le varie tipologie di indici Comit, quelli che ci sembrano più interessanti sono i tre che seguono:

  • Comit Globale: indice della Borsa italiana
  • Comit Performance: indice della Borsa italiana comprensivo dei dividendi distribuiti (lordi)
  • Comit Performance reale: come sopra, ma depurato dell’andamento dell’inflazione (indice calcolato da noi, non è tra quelli prodotti da Intesa Sanpaolo -che gestisce gli indici Comit).

 

Nei grafici che seguono li troverete tutti e tre, proprio per visualizzare con chiarezza quanta differenza sia determinata dai dividendi e quale sia invece l’impatto della perdita di potere d’acquisto causata dall’inflazione.

 

I risultati

Queste le performance annualizzate dal gennaio 1973 a maggio 2017:

  • Comit Globale: 5,7%
  • Comit Performance: 9,0%
  • Comit Performance reale: 2,5%

 

Performance che vedete nel grafico qui sotto, ma vi consiglio di visualizzare nel video di un minuto che segue subito dopo.
Il grafico vi dà infatti tutte le informazioni simultaneamente, facendovi perdere l’importanza di come i valori si sono mossi e composti negli anni: il video invece -mostrando l’evoluzione dei prezzi nel tempo- rende di più l’idea dell’aleatorietà dei movimenti di breve termine.

Per contestualizzare: nel 1973 viene inaugurato il World Trade Center, la Grecia diventa una Repubblica, scoppia la guerra del Kippur che porta all’impennata del prezzo del petrolio. In Italia l’inflazione è a due cifre e siamo in mezzo agli anni di piombo. Da allora sono passati 44 anni, e il mondo è cambiato più volte…

 

Quanto ha reso la Borsa italiana

 

Qui sotto, il video (guardatelo!):

 

 

La performance è positiva da tutti e tre i punti di vista, anche se l’indicatore secondo me migliore è il risultato in termini reali, ovvero quello che tiene conto dell’inflazione. E nello specifico si vede come il 9,0% nominale si traduca in un più modesto +2,5% annuo una volta considerata la perdita di potere d’acquisto. Il vero problema è la deludente performance degli ultimi 20 anni, che inevitabilmente porta l’attenzione sulla necessità di diversificare sia per aree geografiche sia per asset class: come abbiamo visto parlando di asset allocation. Per non parlare del fatto che per 4 volte in questi decenni la perdita avrebbe superato il 50%: avreste tenuto duro senza vendere? (Secondo me, no. E infatti -a parte la totale mancanza di di versificazione di questo che è solo un esempio- la soluzione risiede nell’asset allocation adattiva).
Un altro aspetto di fondamentale importanza è quello dei costi: infatti i rendimenti annui di cui stiamo parlando si riferiscono a indici -che per definizione non considerano alcuna commissione. Mentre abbiamo già visto che investire in fondi comuni penalizza in modo drammatico la performance dell’indice sottostante.

Ultima considerazione: e se avessimo preferito dormire sonni tranquilli, anziché affrontare i saliscendi dei mercati? Qui trovate la risposta se sia stato meglio investire nella Borsa italiana o nei cari vecchi Bot.