confronto – Studio Rocchi Ghilardi Nuti http://www.advisory.it Consulenza d'investimento indipendente Fri, 18 May 2018 14:38:06 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.8 Confronto tra Borsa italiana e Borsa Usa http://www.advisory.it/blog/investimenti/confronto-tra-borsa-italiana-e-borsa-usa http://www.advisory.it/blog/investimenti/confronto-tra-borsa-italiana-e-borsa-usa#respond Tue, 18 Jul 2017 14:47:40 +0000 http://www.advisory.it?p=15728 Confronto tra Borsa italiana e Borsa Usa   Il confronto tra la Borsa italiana e la Borsa Usa è il passo più logico da fare dopo avere osservato l’andamento della Borsa italiana nel lungo termine. Abbiamo lasciato il post precedente...

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Confronto tra Borsa italiana e Borsa Usa

 

Il confronto tra la Borsa italiana e la Borsa Usa è il passo più logico da fare dopo avere osservato l’andamento della Borsa italiana nel lungo termine.
Abbiamo lasciato il post precedente con alcune considerazioni:

  • la nostra Borsa (dividendi inclusi) ha avuto un’ottima performance nominale: +9,0% annuo dal 1973 a oggi
  • la performance reale è stata invece deludente: +2,5% medio annuo. Deludente perché il dato è tra i più bassi nel confronto con la media delle borse mondiali, e perché le discese si sono succedute con notevole frequenza, a fronte di lunghi periodi necessari per il recupero dei valori precedenti
  • tutto sommato non ne sarebbe valsa la pena, perché si poteva ottenere una performance analoga investendo in Bot, senza esporsi minimamente a rischi e oscillazioni di alcun tipo (eccetto il default del Paese).

 

Non ci stupiamo allora di incontrare persone con un’educazione finanziaria molto scarsa, perché semplicemente non abituate a investire: e che vedono la Borsa come una bisca -perché a questo si è avvicinato il nostro mercato per buona parte dell’ultimo mezzo secolo. Ma il mondo è cambiato e continua a modificarsi sotto i nostri occhi. L’approccio che è stato valido per decenni, ora non lo è più: i Bot rendono zero (anzi, meno di zero: acquistandoli, si è sicuri di perdere), i Titoli di Stato a scadenza più lunga espongono a rischi di altro tipo, e le azioni -come sempre accade- lasciano perplessi per l’esperienza storica appena vista.

Per fortuna però l’Italia è solo una delle mille opzioni che i mercati ci presentano: se la storia della nostra Borsa è stata deludente, com’è andata invece a chi abbia investito in altri mercati?

 

La Borsa Usa

La Borsa americana è il termine di confronto naturale per ogni investimento. Ha dati storici che risalgono molto indietro nel tempo, con precisione e dettaglio. Ed è il mercato più grande al mondo, e questo fatto offre maggiore concretezza e possibilità di generalizzazione alle analisi che su di esso vengono effettuate. Stiamo parlando di un confronto, però: non di trovare un’indicazione sulle aspettative per il futuro. Se l’obiettivo fosse questo, infatti, dovremmo agire diversamente. Perché? Semplicemente, perché gli Usa sono non solo la Borsa, ma il Paese, che ha “vinto” nel XX secolo. E questo lo sappiamo adesso, che siamo nel 2017. Se fossimo stati nel 1917, per fare un esempio, avremmo guardato alla storia delle Borse inglese, austriaca e tedesca: e dalle nostre osservazioni avremmo tratto indicazioni per investire in un modo che avrebbe coinvolto gli Stati Uniti in misura solo marginale. E’ quello che tecnicamente viene definito come hindsight bias, ma possiamo agevolmente tradurre con “senno di poi“: ma questa è un’altra storia, e ne parleremo in un’altra occasione.

 

Il confronto

Punto di partenza rimane il 1973 (anno in cui partono gli indici Comit, i più adatti per questo tipo di analisi sul mercato italiano).
Oggetto del confronto, due indici differenti:

  • l’andamento nominale (comprensivo dei dividendi) delle due Borse: in sostanza osserviamo, se avessimo investito 1.000 all’inizio del 1973, con quanti euro o dollari ci troveremmo oggi
  • la performance reale dei due mercati: ovvero, dedotta l’inflazione (che nei 44 anni considerati è stata molto alta, pensate solo a quanto costavano le cose -o le case- qualche decennio fa rispetto a oggi), di quanto è aumentato il potere d’acquisto.

Gli indici in questione sono l’indice Comit Performance (nella versione nominale e reale) per l’Italia; e l’indice S&P Composite TR (anch’esso nominale e reale).

Tenete presente un aspetto importante. Anche se quasi nessuno -quando investe- ha realmente voglia di impegnarsi per il lungo termine, 44 anni rappresentano per molti di noi un tempo molto vicino alla vera prospettiva d’investimento. Da quando si inizia a lavorare e si deve ancora fare esperienza, a quando si va in pensione e spesso si tende a ridurre la rischiosità delle proprie posizioni, questo è grossomodo il tempo per cui si rimane investiti. Attraversando diverse fasi familiari e lavorative, e vivendo periodi storici molto differenti, in positivo e in negativo.

Ora, guardate il video.

 

 

Considerazioni

Le due linee che vanno più in alto sono ovviamente quelle che esprimono le performance nominali: le due più in basso, i rendimenti reali.

Da un punto di vista nominale, la performance è stata pressochè identica: 9,0% per entrambi i mercati. Molto diversa invece la performance reale: il 2,5% annuo della nostra Borsa si confronta con il 4,8% della Borsa Usa. So che a molti lettori, poco avvezzi alle percentuali e ai rendimenti composti, la differenza sembra minima: ma considerate che in un periodo lungo come quello che stiamo osservando, questa si traduce nel trovarsi con un patrimonio reale che si è moltiplicato per 8 volte (Borsa Usa) anziché per 3 (Borsa italiana).

Un mercato ricco di aziende appartenenti ai più svariati settori, come quello americano, espone oltretutto ad oscillazioni più contenute rispetto a quelle che sono evidenti dal grafico della nostra Borsa. Per non parlare del fatto che considerare l’andamento valutario (del dollaro rispetto alla Lira prima, all’Euro poi), farebbe pendere la bilancia ancor più dalla parte Usa.

In sostanza: se investire nelle azioni italiane avrebbe portato a risultati anche redditizi, ma difficili da sostenere per via della forte variabilità e molto mal distribuiti nel tempo, teniamo presente che l’Italia non è il miglior esempio da guardare. Investire negli Usa, come abbiamo appena visto, avrebbe portato a risultati molto positivi e caratterizzati da minore volatilità.

Ma allora, se non sappiamo chi “vincerà” la gara delle performance nei prossimi decenni, come fare a scegliere? La risposta, che approfondiremo in un prossimo post, è semplice quanto efficace: diversificare.

 

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Azioni o Titoli di Stato?

 

La domanda se sia stato meglio investire in azioni o in Titoli di Stato è vecchia come il mondo -o quasi.

La risposta dipende da molti fattori. Da quando far partire il confronto? Che mercati considerare? Guardare all’indice di Borsa semplice o quello Total Return? Come calcolare il rendimento dei Titoli di Stato, visto che all’inizio degli anni ’70 le emissioni non erano frequenti come oggi? Utilizzare indici netti o lordi? E altre ancora.

 

Le variabili

In questo post -primo di una serie sull’argomento-  scegliamo di restare in Italia, per una serie di ragioni. Per prima cosa, negli anni ’70 pensare ad una diversificazione geografica dei propri investimenti era utopia: per cui la scelta domestica era un obbligo, più che una decisione consapevole. Solo nel 1991 infatti le SIM iniziarono a sostituire gli agenti di cambio, gli scambi vennero via via centralizzati e regolati in modo telematico, e il mercato finanziario iniziò il percorso di avvicinamento a quelli che oggi sono gli standard internazionali. Prima di allora, la scelta era tra comprare qualche blue chip e tenere i titoli nel cassetto, oppure comprare Bot e non avere preoccupazioni.

Sulla data da cui far partire il confronto, ogni intervento soggettivo rischia di falsare il risultato finale: quindi scegliamo di iniziare da quando sono disponibili gli indici Comit relativi al mercato azionario italiano, ovvero dal 1973. Tra i vari indici disponibili, utilizziamo quello Total Return (il vero nome è Comit Performance), che comprende i dividendi distribuiti in questi 44 anni. In un arco temporale così lungo -infatti- prescindere dai dividendi è logicamente sbagliato. Che un investitore se li sia spesi anziché reinvestirli probabilmente più si avvicina alla realtà: ma l’obiettivo è misurare la convenienza di una scelta rispetto a un’altra, a prescindere da come ciascuno poi decida di implementarla nella pratica.

Per i Titoli di Stato abbiamo scelto i Bot, utilizzando i dati della Banca d’Italia. Per semplicità, e consapevoli che l’utilizzo di CCT o BTp avrebbe aumentato il rendimento complessivo.

Per entrambe le serie storiche abbiamo utilizzato rendimenti lordi: che distorcono le percentuali finali a cui si giunge -sovrastimandole- ma applicano questa distorsione in modo equo a entrambe le variabili. E come detto, semplificano di molto un lavoro che vuole essere di inquadramento storico, non di minuziosità contabile.

Per non complicare le cose, abbiamo usato i rendimenti nominali e non quelli reali, cioè depurati dall’inflazione. Questi ultimi sarebbero più logici e utili da usare, ma introducono un livello di difficoltà in più che non tutti sono in grado di affrontare con cognizione di causa. In ogni caso, l’andamento dell’indice azionario deflazionato lo potete trovare nel post in cui parliamo di quanto ha reso la Borsa italiana.

 

I risultati

I risultati li vedete in questo video: guardatelo, perché osservare la dinamica che porta alla formazione del risultato complessivo è utile, almeno tanto quanto il risultato stesso. Ricordate infatti che fissando un’immagine si sa già come va a finire: mentre guardando un video che scorre, si “simula” il percorso seguito nel tempo da chi non sapeva cosa sarebbe accaduto il mese successivo.

 

 

La peculiarità dell’Italia

Sì, l’Italia è un caso a parte -come spesso accade. Avrete sentito raccontare mille volte che -nel lungo termine- le azioni rendono di più delle obbligazioni, e che sopportare il rischio connesso alle frequenti, prolungate e profonde oscillazioni dei mercati azionari, ripaghi nel tempo con gli interessi nella forma di un rendimento significativamente superiore rispetto ad alternative più tranquille.

Anche nel nostro Paese -dal 1973 a oggi- è stato così. Le azioni hanno reso annualmente circa il 9%, i Bot circa l’8%. Ma che fatica…

Sei volte infatti (dal 1975 al 1978, 1981, 1987, 1992, 2003 e gli anni dal 2009 al 2013) l’investimento in Borsa è arrivato a perdere il 40% e più rispetto al massimo raggiunto in precedenza: a fronte di Bot che hanno esposto a oscillazioni minime, anche nei momenti di forti variazioni nei tassi o di dubbi sulla solvibilità del Paese, grazie a una scadenza sempre ravvicinata (max un anno).

 

Considerazioni

Da quanto visto, possiamo dedurre che in futuro la Borsa andrà meglio dei Titoli di Stato, o pensare il contrario? Ovviamente no. Però trova un po’ di giustificazione quella scarsa “cultura finanziaria” che da ogni parte si addebita all’investitore italiano: d’altronde, con la possibilità di prestare il denaro allo Stato e guadagnare bene e senza rischi, perché affannarsi a cercare altro? Solo che da un po’ di anni le cose sono cambiate, e bisogna fare di necessità virtù: ovvero, imparare a navigare il mare magnum dei mercati finanziari. Perché oggi senza rischio non si guadagna, e anche rischiando, il guadagno non è per nulla garantito.

Per questo, dal prossimo post usciremo dal cortile domestico e vedremo da vicino cosa è successo -in questo stesso periodo- nel mondo…

 

 

 

 

 

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